L'educazione non è una scelta, è una chiamata radicale che vuol raggiungere i cuori delle persone; è la dedizione di voler annaffiare, giorno per giorno, una piantina artificiale. Ti chiederai: che senso ha annaffiare una pianta decorativa? Proprio qui nasce il paradosso: si crede che educare significhi per forza portare ogni giorno quell'entusiasmo che si propaga e che nutre incondizionatamente l'altro.
Educare, in realtà, è accettare che il tempo passa in fretta, e scorre ancora più velocemente quando nessuno prende sul serio quello che tu provi a trasmettere. Tutti allora direbbero: "Ecco, l'educazione è una perdita di tempo! Ho una sola vita e devo ripetere tutti i giorni la stessa cosa? Ma chi me lo fa fare?". Fermiamoci un attimo...Qual è il fine dell'educazione, se non quello di formare le coscienze? Se non quello di portare le persone a prendersi sul serio, a prendere in mano se stesse e gli altri? Cosa c'è di più difficile dell'educazione?
Vedete perché prima ho parlato di annaffiare con cura una piantina artificiale? Perché tutto ciò che sembra una perdita di tempo, in realtà, costruisce. L'uomo per natura teme il costruire senza sapere; è l'ignoto che spezza l'attesa della speranza. C'è un tempo in cui l'insegnante spiega, il genitore educa, l'allenatore allena, l'operatore serve e chi riceve sembra buttar via, disprezzare l'ipotetico bene che fuoriesce.
Sta qui la radice dell'amore: se tu non rifiuti l'amore, non potrai poi, in un secondo momento, sentirne la nostalgia. Un po' come accade a un insetto all'interno di una stanza: finché entra la luce dall'esterno vola con disinvoltura, sembra seguire una traccia; appena le serrande si chiudono, rimane quella luce artificiale che subito gli fa provare la nostalgia della vera luce.
Educa le coscienze chi sa accettare, ad un certo punto, di fare un passo indietro e far spazio alla mancanza. Un giorno chiesi a un mio amico, durante delle lunghissime passeggiate che facevamo di sera, chi fosse per lui un grande allenatore o un grande musicista. Lui ci pensò un attimo e mi disse: "Un grande allenatore e un grande musicista devono essere tali per cui, quando non li vedi in campo, non è stata data loro in gestione la squadra o non sono presenti in una canzone, se ne avverta una incolmabile mancanza".
La nostalgia non proviene dal ruolo ricoperto, ma da quel seme che giorno per giorno ha tallonato il cuore nel petto di quel ragazzo o di quella ragazza. Chi è il radicale? Chi conosce il prezzo delle cose. Quando si fa sera, quando la nebbia sembra rendere minuscoli quei momenti di ordinarietà che qualcuno, amandoci, ci ha dato, ci verrà riversato nel cuore un calice di malinconia: un non volersi più adattare a una realtà che ci sta stretta. L'altro che scompare tra la nebbia mi invita a diventare me stesso. L'educazione è quella nostalgia di voler continuare a fare la differenza.
La preghiera, in fondo, non educa a continuare a pregare senza vedere niente? La carità, in fondo, non crea nostalgia pur senza ricevere un grazie? La santità, in fondo, non è sprigionare il potenziale dell'altro passando per folle?
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