«Il fiume sarà la nostra casa per i prossimi due anni. Non falliremo. L'umanità attende le nostre scoperte.» Percy Fawcett (Z la città perduta).
Alcuni paesi non sono fatti per essere visitati, non si può scegliere una destinazione soltanto per il turismo, c'è qualcosa di ancora più profondo e poetico nell'animo umano: il desiderio di non lasciare che i propri sogni incontaminati, vengano sporcati e macchiati da una routine che a volte nullifica la visione di una piena realizzazione personale. Avevamo in mano diverse mete che sentivamo necessarie per un'immersione totale, non solo dentro noi stessi, ma in luoghi poco conosciuti e raccontati, quei luoghi che continuano a respirare nonostante siano vittime di storie e ferite recenti. Inizialmente pensavamo di partire per l'Asia centrale, nonostante nel nostro elenco fossero presenti la Giordania, la Bosnia e il Kazakistan, eravamo affascinati da alcuni luoghi che chiedevano una certa immersione e reportage, alla fine abbiamo optato per la Georgia e per il Caucaso.
Una terra che negli anni novanta ha vissuto sulla propria pelle la guerra in Ossezia e in Abcazia scoppiata dopo il crollo dell'Unione Sovietica, e la grande povertà silenziosa che tutt'ora è il bacino su cui poggia tutta la regione. Una povertà che ha portato a una costante emigrazione, ma a sua volta ha ancor di più messo a nudo il contrasto tra la popolazione locale dei villaggi, con la maestosità e la grandezza della natura, come le montagne di oltre cinquemila metri del Kazbek e dello Shkhara a Ushguli, uno dei villaggi più alti d'Europa. Il nostro desiderio e forse, il nostro destino era chiaro, non ci sentivamo dei visitatori in cerca di foto da copertina, eravamo mossi nel voler prima di tutto incontrare i volti, le storie e le bellezze che ancora i nostri occhi non avevano incontrato. Sentivamo la necessità di voler andare oltre noi stessi, oltre il calcolato, oltre le identità per abbracciare l'ignoto. Il non conosciuto spaventa fino a quando non è condiviso con qualcuno.
In una quindicina di giorni abbiamo noleggiato l'auto, una Subaru 4x4 e girato tutto il paese, non c'erano soste, non abbiamo dormito più di due giorni nello stesso luogo. Il nostro tempo nella capitale Tbilisi è stato limitato nonostante le ricchezze presenti, sentivamo la necessità di raggiungere mete meno consone, meno esplorate, così siamo partiti per i villaggi, per chi tutt'ora quei posti li abita ancora grazie all'allevamento, all'agricoltura e al lavoro manuale costante. Ci siamo fatti pellegrini nella Truso Valley, nella Juta Valley fino ai duemila metri di Ushguli, ma il bello è stato proprio la nostra capacità e caparbietà nel fermarci in luoghi che apparentemente non avevano nulla da offrire, quindi il viaggio in auto e poi in trekking ha saputo cogliere totalmente l'inedito. La popolazione locale non ci ha accolto in maniera calorosa ma in maniera discreta e rispettosa, lì, in quelle terre, l'ospite è un dono di Dio, e il rispetto è ciò che ci rende uomini.
Le strade sterrate, le mandrie di bovini da schivare durante i nostri infiniti percorsi, il randagismo di cani nelle strade, un fenomeno tutt'ora in grande crescita. E poi, l'incontro puro e viscerale tra gli uomini e le montagne, tra i bambini e i ghiacciai, tra gli anziani e un'altitudine che aveva il sapore di una sana follia estiva, quella di quei cuori che battono per scavare nella vita dopo averla compresa a metà. Le catene montuose della Svaneti, come una grande culla verde o un grande abbraccio costante come il vento, si cingevano imponenti intorno alla popolazione locale creando un ritmo puro e incontaminato. Il gioco dei bambini era cavalcare liberamente i cavalli, correre lungo qualsiasi strada sterrata e fare partite di calcio ai piedi di un ghiacciaio di cinquemila metri, a duemila metri di altitudine. Alcune case in lamiera ondulata, una povertà diversa, che ha il sapore dell'ostinazione e dell'orgoglio di una popolazione: quella georgiana e caucasica che non vuole abbandonare quel senso di libertà che solo le cose semplici possono donarti.
Abbiamo coltivato la strada dei sogni, della scrittura e della fotografia di reportage, certi che il destino dell'umanità passa anche attraverso l'immaginazione, e l'immaginazione è un territorio che appartiene alla sete degli uomini.
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