Lo sport come esperienza di senso.

Pubblicato il 2 giugno 2025 alle ore 14:39

Lo sport è una forza rivoluzionaria, capace di abbattere barriere e unire le persone nella lotta per i diritti, trasformando il campo da gioco in un'arena di equità. È un linguaggio universale che promuove l'inclusione e la giustizia sociale, ispirando cambiamenti significativi.

La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati.
La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura.
È la nostra luce, non la nostra oscurità, che più ci spaventa.
Agire da piccolo uomo non aiuta il mondo, non c’è nulla di illuminante nel rinchiudersi in se
stessi cosicché le persone intorno a noi si sentiranno insicure.
Noi siamo nati per rendere manifesta la gloria che c’è dentro di noi, non è solo in alcuni di
noi, è in tutti noi.
Se noi lasciamo la nostra luce splendere, inconsciamente diamo alle altre persone il
permesso di fare lo stesso.
Appena ci liberiamo dalla nostra paura, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
(Film Coach Carter)

Il calcio è lo sport più amato e più seguito al mondo, è un fenomeno, forse l’unico che nel XX secolo riesce ad unire così tante persone, riesce a dare del tu alla gente, in una generazione dove si stanno perdendo tutti i contatti con i nostri simili, a causa di un sistema che ci vuole vicini, ma divisi, connessi ma non in relazione. La sua magia è contagiosa, moltissimi lo vivono come se fosse l’unica ragione di vita.

Il calcio è la metafora più bella della storia di ogni uomo, perché parla a noi, parla alle nostre vite. Basterebbe guardare l’allenamento di alcuni bambini in una Scuola Calcio per capire che la sua forza non è soltanto nel gioco, nelle regole, nei vincoli dati dal regolamento, ma dalla capacità di donare la parola a ciascun ragazzo, di donare un protagonismo non indifferente. Il calcio vive di relazioni, il passaggio è metaforicamente chiamare il proprio compagno per nome.

Lo sport è un’attività, una scienza umana comprensibile soltanto se vissuta in maniera etica, approfondendo, cercando di capire non in primis il calciatore, ma l’uomo. Se togliamo l’umanità dal calcio, stiamo tagliando fuori il futuro di ogni bambino o ragazzo. Lo sport appassiona perché, seppur con il rischio di alienarci e di distrarci, rende la nostra vita più vita, la rende più vivibile.

È la magia di aspettare in maniera frenetica l’inizio della partita davanti alla Tv con accanto tuo nonno, è la magia di sapersi visto, guardato, mentre stai giocando, da tuo padre in tribuna. È la magia di tornare dagli allenamenti e vedere tua madre caricarsi sulle spalle il borsone, perché per te è troppo pesante.

Il calcio migliora le nostre vite, ci spinge ad andare avanti dopo una brutta giornata, dopo una stressante giornata di lavoro, dopo una delusione relazionale, dopo la perdita di una persona cara. Il calcio interessa l’umano perché, in maniera del tutto invisibile, ci spinge ad avere fede, a credere in qualcosa, qualcosa per cui vale la pena vivere, lottare. Il regalo che ci dona questo sport è avere fede nel proprio desiderio, nel proprio sogno, nel proprio destino, ci spinge a credere in qualcosa.

Lo sport forgia lo spirito, forgia le persone e le spinge ad essere coerenti con quello che si portano nel cuore. La cosa più bella che possa succedere nella vita di una persona è quella di alzarsi la mattina e avere uno scopo, avere un senso o almeno desiderare di averne uno. Quando questo succede, si inizia a diventare pienamente se stessi.

Il calcio prepara la strada, ci spinge dentro al viaggio della vita, perché ci aiuta a scoprire un pezzettino di noi. Moriamo dalla voglia di scoprire chi noi siamo, di rispondere a questa domanda di senso, e lo sport ci accompagna insieme in questa scoperta.

Una partita rappresenta la vita, rappresenta cosa dovrebbe essere un uomo. Colui che si allena costantemente, seguendo delle regole, che non fa mai un passo indietro, che si rialza quando cade, che tende la mano a chi resta indietro, che si fa in quattro per il compagno che non ce la fa più, lo incita ad essere migliore, a dare il meglio di sé, ad accettare i giudizi e le critiche di chi lo circonda, ad applaudire a testa alta la folla, a prescindere dal risultato sul tabellone.

Lo spettacolo di questo sport, che ci coinvolge, che ci trascina così tanto, è perché richiama una natura insita dell’uomo, una natura, un destino segnato dentro ciascuno di noi. Vi è una forte necessità di sentirsi di qualcuno e di lottare per qualcuno. L’uomo sperimenta la sua vita realmente, quando è totalmente coinvolto mentalmente, fisicamente, emotivamente in qualcosa che è fuori di lui, in qualcuno che è accanto o di fronte a lui.

Il tifoso segue la sua squadra del cuore ovunque, sotto il sole, sotto la pioggia, in qualsiasi periodo e stagione dell’anno. Segue la sua squadra non solo per una vittoria, non solo per una gagliarda prestazione dei suoi beniamini o per una coppa alzata al cielo, segue la squadra soprattutto perché desidera in maniera conscia o inconscia di vedere uomini che superano se stessi, che lottano e danno il loro meglio per qualcosa, per il club, per il pubblico, per i compagni, per i tifosi dietro di loro.

Solo quando i giocatori, oltre ad incarnare i valori del club, desiderano veramente spendersi per qualcuno al di fuori di se stessi è lì che il tifoso viene invaso da sentimenti impagabili. È lì che il calciatore sperimenta veramente il talento. Perché che senso ha avere un talento e non poterlo condividere? Che senso ha avere grandi doti comunicative e non spenderle in un gruppo di persone? Che senso ha avere un grande bagaglio tecnico e non metterlo al servizio della squadra?

Il talento è tale solo se condiviso, solo se rivolto a qualcuno, solo se dà del tu alla gente. Il calcio parla alle persone, il calcio è un mezzo per arrivare dritto al cuore. Gli aspetti tattici sono importanti, così come gli aspetti fisici e mentali, ma non possono bastare, il calcio si gioca sugli aspetti invisibili, che si alternano toccando i temi dello sport e i temi dell’esistenza.

Se un allenatore è preparatissimo dal punto di vista della tattica, del saper leggere una partita, ma non riesce a fare breccia nel cuore dei giocatori è come se quelle competenze non le possedesse. Non metto in dubbio che per vincere una partita serve un’accurata organizzazione di gioco, una salda gestione dei momenti difficili nella complessità degli eventi sempre più incerti e imprevedibili.

Ma proprio perché la realtà del gioco, della partita è una lotteria, così come la vita di tutti giorni, bisogna avere delle capacità di scavare nella realtà, di andare oltre il gioco giocato dai calciatori e immergersi nella vita vissuta dalle persone, quelle stesse che praticano quel determinato sport. Il calcio racchiude frammenti di vita, il grande calciatore è colui che sa approfondire la sua natura imparando a conoscere i propri pregi e limiti, non sbarrando il suo primordiale desiderio di mettersi al servizio per qualcuno o per qualcosa.

Il grande allenatore è colui che guarda la vita e da quest’ultima trova modi del tutto improbabili di parlare di calcio ai suoi giocatori. L’uomo è un essere imitativo e per questo ha rivolto lo sguardo sempre su qualcuno per capire meglio se stesso. Se conosco la tattica, la tecnica, la preparazione atletica e il gioco, ma mi perdo le persone, sto perdendo la bussola del mio mestiere.

Non ci sono calciatori che giocano, ci sono uomini che giocano, non ci sono calciatori che vincono, ci sono uomini che vincono, non ci sono calciatori che perdono, ci sono uomini che perdono. Per conoscere la complessità del gioco non posso fare altro che viverlo; per capire e comprendere la complessità dell’uomo non posso fare altro che dare spazio a tutto ciò che riguarda l’intelligenza emotiva.

Senza dimenticare che il gioco evolve in fretta e che ogni persona è diversa dalle altre. L’approccio dell’allenatore deve essere un approccio olistico basato sulla persona. Se capisco meglio l’uomo, capirò meglio cosa c’è dietro ad un salto, ad una corsa, ad un tiro, ad un dribbling e ad un goal.

Che senso ha avere o essere grandi campioni e non saper trarre, tirare fuori da una sconfitta, da una delusione, da un no, da una decisione controversa, un di più, una novità nascosta? Si è grandi non per quello che facciamo, o per quello che ci accade, ma soprattutto per come reagiamo, per chi decidiamo di essere dopo un momento o un periodo difficile. Per questo creare, formare un grande campione non significa necessariamente formare un grande uomo.

Come si forma una grande squadra? Come si possono portare 25 giocatori diversi a remare tutti dalla stessa parte? Come si può ottenere rispetto senza chiederlo? Come si può parlare al cuore di chi ho di fronte? Alla fine di ogni giornata ogni calciatore vuole essere felice ma non basta correre per essere felici, non basta fare goal per essere felici. Solo prendendo sul serio questo desiderio di felicità, possiamo andarne alla ricerca nella realtà al di fuori di noi.